giovedì 6 giugno 2013

Occupy Gezi Park. Tutto comincia da un albero.



La foto qui sopra (Istanbul, 31 maggio 2013, Scott Peterson/Getty Images) raffigura alcuni attivisti posare un vaso con un albero in mezzo ad una delle strade che sono state teatro degli scontri degli ultimi giorni tra manifestanti e polizia. Il movimento di protesta che sta montando in Turchia ha molte anime e possiede una genesi che eccede rivendicazioni di ordine ambientalista: il paese attendeva evidentemente un innesco per un dissenso che già vibrava. Ma è un caso che tale innesco sia stato un'azione di difesa di un parco urbano?
Vediamo brevemente cosa è successo il primo giorno. Lunedì 29 maggio tra le 50 e le 100 persone organizzano una protesta pacifica in difesa di Gezi Park, un piccolo parco urbano, tra le poche aree verdi rimaste ad Istanbul. Il parco è attualmente la casa di più di 600 Aceri montani (Acer pseudoplatanus), anche detti sicomori. Secondo i piani dei costruttori e del governo Erdogan, al posto del parco dovrebbe essere innalzata una serie di edifici ad uso commerciale e una moschea. Fin da subito la reazione delle forze dell'ordine si manifesta come ingiustificatamente repressiva. Cionostante lo sgombero non riesce e la sera del 29 gli attivisti, il cui numero è ormai salito a diverse centinaia, decidono di accamparsi con delle tende nel parco, per presidiarlo contro la demolizione, che in una nota ufficiale Erdogan conferma essere inevitabile e imminente. Alle cinque del mattino la polizia torna alla carica, utilizzando lacrimogeni e dando fuoco ad alcune tende nell'accampamento.
I violenti tentativi di sgombero di questi primi manifestanti danno il via ad una reazione a catena: in poche ore i dimostranti passano dalle centinaia alle decine di migliaia. Più la repressione si fa dura, più gente scende per le strade. Più le fila della protesta si ingrossano, più la polizia abusa della sua autorità. Questo fino ad oggi, quando si contano ormai tre manifestanti uccisi ed un poliziotto morto a causa di una caduta per quanto noto accidentale.
A questo punto, nell'interpretazione offerta dai media, la difesa di Gezi Park sembra ormai essere passata in secondo piano rispetto ad altre motivazioni della protesta: la deriva autoritaria del governo, la violenza senza controllo della polizia, le progressive limitazioni alla libertà di stampa.
Eppure ci sembra sbagliato liquidare la motivazione scatenante del più grande movimento di protesta che la Turchia abbia visto negli ultimi trent'anni come puramente simbolica. La protezione di centinaia di alberi non ha nulla simbolico: evidentemente quello spazio è sentito come un diritto incoercibile da parte degli abitanti di Istanbul e così dovrebbe continuare ad essere letto.
I parchi sono spazi di socialità liberi da interessi economici, ed il legame tra questa loro caratteristica ed il loro essere “verde pubblico” non è affatto casuale. Il verde è, a ben vedere, costitutivamente pubblico. Anche quando gli alberi crescono in giardini privati, formano un panorama cittadino che è collettivamente apprezzabile, riducono le temperature estive in città, ripuliscono un'aria che tutti respirano. Se poi crescono in un parco, gli alberi e le piante creano un micro-ambiente autonomo rispetto alla città ove si inserisce, un ambiente nel quale le regole del quotidiano si allentano, i ritmi decelerano, i ruoli sociali possono essere messi tra parentesi. Le aree verdi sono forse gli unici spazi urbani in cui alla persona viene riconosciuta un'identità che eccede il suo essere un consumatore. Siamo consumatori mentre guidiamo la nostra automobile per le strade, con il perpetuo accompagnamento di cartelloni pubblicitari, siamo consumatori mentre camminiamo lungo i marciapiedi e scorriamo con lo sguardo la sequenza di vetrine.
Ecco perché i parchi sono luoghi fragili: non presidiati da un particolare interesse economico, possono diventare appetibili per molti (il progetto di costruzione di uno shopping mall al posto di Gezi Park è in questo senso emblematico).
Ecco perché i parchi sono luoghi pericolosi: consentono a chi vi accede di pensarsi diverso dalla sommatoria dei prodotti che consuma, di socializzare ed unirsi, persino di ribellarsi.

La protesta dei cittadini turchi ha avuto inizio con il presidio di un parco pubblico non perché fosse un atto simbolico, ma perché stavano difendendo un ambiente che può accogliere una socialità indipendente da imposizioni istituzionali o da interessi commerciali. La salvaguardia del verde pubblico non è liquidabile come una questione “da ambientalisti”: ciò che si difende attraverso gli alberi è il diritto ad essere persone al di là dei ruoli sociali che ci vengono assegnati.

lunedì 3 giugno 2013

Le piante ribelli, un mese dopo


A quasi un mese da The Rebel Plants Invasion, il raduno nazionale del Guerrilla Gardening italiano che si è tenuto qui a Bologna, ecco un resoconto sulla situazione attuale delle aree che abbiamo attaccato tutt* insieme.
Diciamo subito che la situazione è entusiasmante! Le generose piogge che hanno caratterizzato questo maggio (apprezzate credo solo da noi guerrilla gardeners e da forme di vita anfibie) hanno reso magnificamente rigogliose tutte le aiuole che abbiamo popolato. Ma andiamo con ordine.
Ortazzarita, da dove abbiamo cominciato il nostro tour il 4 maggio, è uno spettacolo che provoca mascelle penzolanti nei passanti: effettivamente per noi è ormai naturale pensare che sia possibile, ma per tutti gli altri incontrare un orto in pieno centro costituisce un'esperienza stupefacente. 
Allora abbiamo (e speriamo di non dimenticare nulla): piante di melanzane già scresciutelle, pomodori che abbiamo appena fissato ai sostegni, sedano, basilico, borragine in abbondanza, piante di zucchine fiorite e già con molte zucchinelle che crescono. Nelle aiuole aromatiche tutto a posto, da notare la fioritura dell'origano e la lavanda che ha già sfoderato gli steli pronta per inviolettare il tutto. Inoltre spuntano ovunque girasoli e topinambur.

Le aiuole gemelle di Largo Caduti del Lavoro. Quest'area è un osso duro: avevamo già tentato di sistemarla per due volte, ma sembra particolarmente difficile far affezionare il vicinato a questi due rettangoli di terra. Forse questa volta le cose potrebbero andare diversamente: troviamo molte meno bottiglie vuote e spazzatura varia, le piante non sembrano calpestate e non è stato portato via nulla.



Donata a Porta San Donato. Che dire, questo triangolo di terra lascia senza fiato. Le fotografie non rendono la bellezza del luogo: l'atmosfera opulenta e insieme un po' selvaggia che vi si respira. E' tutto in fiore: rose, viole del pensiero, scabiosa e verbena bonariensis per un tripudio di viola, gaura in bianco, stachys che sta ergendo i suoi steli con i fiorellini rosa, la delicatezza della stipa tenuissima, i ciuffi rossi di imperata cilindrica, elicriso e santolina che in fiore si fanno apprezzare non solo come aromatiche ma anche come cespugli decorativi, la buddleja (albero delle farfalle) con i fiori quasi pronti. Ma anche delle vagabonde hanno trovato casa a Donata: papaveri e camomilla completano il paesaggio. L'unica nota dolente sono le panchine, decisamente da sostituire. Ci stiamo lavorando, una panchina è già stata sostituita e tra qualche giorno ne comparirà una seconda nuova fiammante (si fa per dire, naturalmente, sarà come sempre ricavata da bancali). Tra le foto, la prima raffigura la situazione dell'area prima di diventare Donata e come ancora si presenta nella streetview di google maps.



Donatella sorella minore, nata proprio durante il raduno. Sta molto bene e le piante crescono ad un ritmo che ha del fantascientifico.













E infine: le piante volanti di Piante Volanti aka Gianni aka Babbocanguro svettano invincibili tutte al loro posto!






















Dunque per concludere: grazie a tutt* le/gli attivist* che sono accors* da ogni dove per prendere parte al raduno (ma grazie anche a coloro che sarebbero voluti venire e che non ce l'hanno fatta). Avete lasciato a Bologna molto più di bei ricordi nelle nostre testoline.