sabato 13 agosto 2011

L’importanza di conoscere un meccanico

I nostri piu’ affezionati lettori (ci piacerebbe poter dire “i nostri venticinque lettori” di manzoniana memoria, ma dubitiamo di arrivare a un numero cosi’ alto) di certo ricorderanno una delle nostre prime ammissioni: nel nostro gruppo non ci sono giardinieri esperti.

Lo ripetiamo anche se “Excusatio non petita, accusatio manifesta”….

Oggi abbiamo fatto manutenzione dell’aiuola di Quarto Inferiore.

Per fortuna, un meccanico di nostra conoscenza ci ha gentilmente sistemato il tagliaerba.
A quanto pare, l’altra volta abbiamo fatto una fatica erculea ad avviarlo per qualche problema di carburazione.
O almeno, questo e’ il poco che abbiamo capito dalla spiegazione che ci e’ stata data dall’esperto di motori.

Eh gia’, tra di noi non ci sono giardinieri, ma nemmeno meccanici.

Il massimo che possiamo fare, quando si ferma la macchina, e’ accostare, aprire il cofano, guardare con aria interrogativa il monumento astratto costituito da valvole e pistoni finche’ qualcuno di noi propone la soluzione:
Devono essere le candele”.
Il che da’ sempre l’impressione di capirci qualcosa (un po’ come quelli che non hanno idea se per giocare a calcio servano l’arco e le frecce oppure le pinne, e sentenziano “E’ il centrocampo, che non fa filtro”).
E sia, diamo la colpa alle candele, allora….
Ma e’ un diesel!

E qui crolla ogni certezza….

Per tornare a bomba, una volta sistemato il tagliaerba, abbiamo caricato la macchina e ci siamo avviati alla volta dell’aiuola.

Dobbiamo ammetterlo: e’ veramente bellissima.

Le zinnie sono uno spettacolo di colori e forme, una diversa dall’altra. Le roselline, continuano a regale deliziosi boccioli rossi e bianchi mentre le querce hanno messo fuori alcune foglioline nuove (eh si’, anche quella acciaccata dal camion della nettezza il giorno dopo essere stata piantata).
Le piante di pomodoro, pur mostrando alcuni frutti maturi, stentano a crescere: teoricamente dovrebbero raggiungere i due metri di altezza, ma il sottosuolo era davvero duro da scavare a colpi di zappa, quindi non possiamo chiedere troppo alle radici delle nostre piante d’assalto.
La salvia (come il verbascum) ci ha lasciato prematuramente. Resistono ancora la maggiorana (anche se l’erba tende a ricoprirla) e il piccolo rosmarino.
La Pachyveria (manco a dirlo) si pavoneggia e sogna il giorno in cui colonizzera’ l’intera aiuola e poi il mondo.
E il Fico degli Ottentotti….

Ecco, piu’ che da fico, continua a comportarsi da prezzemolo e si mette sempre in mezzo. Per cui, anche stavolta, nonostante sfoggiasse due fiorellini viola, e’ finito sotto le grinfie del tagliaerba.

Una piccola delusione: i ragazzi dell’Arca hanno ritirato il loro irrigatore (nei giorni scorsi, avevamo notato che non e’ stato particolarmente utilizzato).
Vuol dire che riprenderemo l’abitudine di andare ad annaffiare portandoci l’acqua da casa.

Completata la tosatura (e potato qualche ramo e fiore secco a colpi di forbicine) abbiamo distribuito sul vertice dell’aiuola del pietrisco rosso, comperato da Leroy Merlin in sacchetti rattoppati e a prezzo ridottissimo. Se possibile, ne aggiungeremo dell’altro, soprattutto in quelle zone  che sono incoltivabili per via della compattezza del terreno.

Resta ancora da sistemare la recinzione e sostituire il foglio appeso al palo che rivendicava l'azione (il vento se l'e' portato via) con uno dei nostri splendidi cartelli plastificati, ma col tempo ci occuperemo anche di questo.

Nel frattempo, restate sintonizzati: la stagione torrida sta per finire (se mai era arrivata) e a breve programmeremo nuovi attacchi!


Il cartello e' volato via

Il pietrisco rosso

Esplosione di colori



Non sono meravigliose?

E pensare che era
finita sotto un camion!

mercoledì 3 agosto 2011

Una questione di lana caprina



Ultimamente, grazie soprattutto alle attivita’ di alcuni gruppi, il Guerrilla Gardening sta diventando argomento sempre piu’ conosciuto.

Saltellando qua e la’ in Rete, si trovano numerosi e recenti articoli riguardante un movimento che, in altre nazioni, e’ decisamente piu’ antico rispetto a noi.
(Ehi! chi ha detto  “Arriviamo sempre dopo la puzza?”!!!).

Citando Oscar Wilde: bene o male, l’importante e’ che se ne parli.

E allora accogliamo sempre con piacere gli interessi nei confronti del giardinaggio d’assalto.

Questo link vi trasportera’ ad un interessante articolo ("Guerrilla Gardening: evento o processo?") che da’ spunto a qualche riflessione (e questo e’ un bene) anche se, a nostro modo di vedere le cose, le conclusioni sono un po’ affrettate.

In particolare, il fenomeno del Guerrilla Gardening viene confrontato con quello dei giardini comunitari e degli orti urbani condivisi, come se le due cose fossero in qualche modo in contrapposizione.
Certo, le realta’ sono diverse, pur nascendo da un denominatore comune che e’ rappresentato dalla riappropriazione del territorio da parte dei Cittadini.

L’orto urbano e’  un momento di condivisione del suolo di cui ci si occupa con lo scopo di trarne anche dei frutti da consumare.
Nell’orto urbano condiviso troviamo principalmente la necessita’ di socializzazione da parte dei Cittadini e – perche’ no? – di risparmiare qualche soldo.
Ma c’e’ anche il ritorno a pratiche contadine che rischiavamo di perdere e alla voglia di un’alimentazione piu’ sana – ne sia dimostrazione l’orto di Casa (Bianca) Obama - che al giorno d’oggi torna di moda dopo l’exploit dei cibi precotti tipici di qualche anno addietro.
Fateci caso: nessuno, ormai, trova strano il fatto che al supermercato abbondino i prodotti “bio” ed “ecocompatibili”. Dalla frutta alla verdura, dalla carta igienica alle forchette di plastica, dal latte al vino e all’olio….
Ultimo della famiglia, il sacchetto biodegradabile adatto al compostaggio.
E’ evidente, quindi, che e’ la mentalita’ stessa dei Cittadini, ad essere mutata.
In quest’ottica, quindi, si possono comprendere i fenomeni legati agli orti urbani.

Il Guerrilla Gardening, invece, e’ un movimento che  mira a riqualificare la citta’ dove si vive, rendendo partecipi i Cittadini al risanamento, perche’ la propria citta’ – in fin dei conti – e’ la propria casa e nessuno vorrebbe vivere in una casa sporca e abbandonata.
Cosi’, Cittadini piu’ o meno organizzati in gruppi (esistono anche Guerriglieri solitari), comprano o coltivano piante e fiori nell’attesa di poterle donare a tutti, rendendo piu’ bello un angolo di strada, una rotonda o un vaso comunale.

Nel link in questione, il Guerrilla Gardening viene definito movimento dedito ad azioni effimere, a differenza degli orti urbani che appaiono come “processi più articolati e di lunga durata”.
Per non mancare di scientificita’, inoltre, viene anche spiegato il significato del termine “Guerrilla Gardening”.

In particolare, secondo l’Autrice, sarebbe “evidente il riferimento alle tattiche utilizzate per questo tipo di operazioni: continue azioni di disturbo, in cui le armi sono tempo, energia e immaginazione, piuttosto che denaro e grandi organizzazioni.  [….]  è necessario agire in territori adatti per nascondersi (per questo spesso si agisce di notte), avere l’appoggio della popolazione locale (che non chiami agenti dell’ordine pubblico e soprattutto che annaffi in seguito le piante!), dotarsi di un “armamento” leggero e facile da trasportare (piante, sacchetti di terra, guanti e zappe sono spesso stipate in un’auto che arriva nel luogo da “attaccare” al momento convenuto, rigorosamente sotto il controllo di un partecipante che fa da “palo” durante tutta l’operazione)”

Ci permettiamo di dissentire.

Noi non ci riteniamo dei “disturbatori” ne’ cerchiamo di nasconderci. Anzi, il nostro obiettivo e’ farci vedere il piu’ possibile perche’ solo cosi’ riusciamo a coinvolgere gli abitanti. Ne’ esiste alcun ”palo” che possa dare l’allarme in caso di pericolo.
E’ vero, fondamentalmente le azioni sono illegali (e abbiamo anche discusso, fra noi, sul fatto che – probabilmente – e’ proprio questa specie di illegalita’ a stuzzicare l’idea di piantare fiori in terreni altrui), ma non abbiamo mai ravvisato nessuna forma di pericolo, nemmeno quando progettavamo un attacco (attualmente rimandato) nei pressi di una stazione dei Carabinieri.
Anzi, ci ha sempre dato un’intima soddisfazione essere avvicinati dalle persone che ci chiedevano “Cosa state facendo?”

Curiosamente, l’Autrice del post riconosce che in America i gruppi di Guerrilla Gardening ”sono organizzazioni di sostegno ai cittadini, non solo in mancanza di appoggi istituzionali, ma anche per mantenere vitale il senso politico e civico dell’appartenenza alla città” ma non sembra dare lo stesso credito ai guerrilla gardeners nostrani: il nostro operato sarebbe, nella migliore delle ipotesi, una protesta per un ambiente abbandonato dalle Amministrazioni.

Per quanto ad alcuni piaccia l’idea di vedere il Guerrilla Gardening come gesto polemico nei confronti delle Amministrazioni, la realta’ e’ che tutto nasce spontaneamente, dal basso, da Cittadini che partecipano, che non demandano nessuno. A chi ci dice “siete bravi, anche se dovrebbe occuparsene chi e’ pagato per questo”, noi rispondiamo che lo facciamo perche’ ci sembra naturale e persino divertente (il che, non guasta mai).

La conclusione dell’articolo, e’ una frase ad effetto (e come poteva essere diversamente?) che pero’ manca completamente il bersaglio:

Se il divenire sociale non è un processo lineare, ma si sviluppa con una costante oscillazione tra evento e struttura, potremmo guardare al Guerrilla Gardening come il seme, e agli orti collettivi come il frutto?”.

La nostra risposta e’ semplicemente: no.

Noi crediamo, infatti, che il Guerrilla Gardening non abbia nulla di “effimero” ne’ di “oscillante”.
Ogni azione, si perpetua con la cura delle piante, con il coinvolgimento dei negozianti e degli abitanti della zona, con la ri-piantumazione di nuovi fiori quando sara’ passata la stagione di quelli messi a primavera.

A questo proposito, vale la pena commentare (giusto per non auto-incensare il nostro gruppo) il  cartello di un gruppo attivo a  Roma.
Scrivono i Giardinieri Sovversivi Romani (citando Pablo Neruda)

Potranno tagliare tutti i fiori, ma non fermeranno mai la primavera

Questo da’ la misura del carattere tutt’altro che transitorio del movimento: ai fiori tagliati, strappati, rubati o appassiti, risponderemo con altri fiori e proseguiremo i nostri attacchi.

Quindi, per concludere anche noi con una frase ad effetto (che da’ sempre la sensazione di aver detto una verita’ assoluta), ripeschiamo dalla memoria un ammonimento che hanno sentito milioni di studenti italiani quando, alle elementari, imparavano a fare le addizioni:

Non puoi sommare insieme mele e pere

Sono entrambi frutti, ma se li metti insieme puoi fare al massimo una macedonia.
Allo stesso modo, non puoi mettere insieme orti urbani e Guerrilla Gardening perche’, pur essendo entrambi movimenti di Cittadini che zappano la terra, sono cose troppo diverse tra di loro.
Proprio come le mele e le pere

martedì 2 agosto 2011

L'uomo che piantava gli alberi (Jean Giono, 1953)

Una quarantina circa di anni fa, stavo facendo una lunga camminata, tra cime assolutamente sconosciute ai turisti, in quella antica regione delle Alpi che penetra in Provenza.

Questa regione è delimitata a sud-est e a sud dal corso medio della Durance, tra Sisteron e Mirabeau; a nord dal corso superiore della Drome, dalla sorgente sino a Die; a ovest dalle pianure del Comtat Venaissin e i contrafforti del Monte Ventoux. Essa comprende tutta la parte settentrionale del dipartimento delle Basse Alpi, il sud della Drome e una piccola enclave della Valchiusa.


Si trattava, quando intrapresi la mia lunga passeggiata in quel deserto, di lande nude e monotone, tra i milledue e i milletrecento metri di altitudine. L’unica vegetazione che vi cresceva era la lavanda selvatica.

Attraversavo la regione per la sua massima larghezza e, dopo tre giorni di marcia, mi ritrovavo in mezzo a una desolazione senza pari. Mi accampai di fianco allo scheletro di un villaggio abbandonato. Non avevo più acqua dal giorno prima e avevo necessità di trovarne.

Quell’agglomerato di case, benché in rovina, simile a un vecchio alveare, mi fece pensare che dovevano esserci stati, una volta, una fonte o un pozzo.
C’era difatti una fonte, ma secca.
Le cinque o sei case, senza tetto, corrose dal vento e dalla pioggia, e la piccola cappella col campanile crollato erano disposte come le case e le cappelle dei villaggi abitati, ma la vita era scomparsa.

Era una bella giornata di giugno, molto assolata ma, su quelle terre senza riparo e alte nel cielo, il vento soffiava con brutalità insopportabile. I suoi ruggiti nelle carcasse delle case erano quelli d’una belva molestata durante il pasto.

Dovetti riprendere la marcia. 

Cinque ore più tardi non avevo ancora trovato acqua e nulla mi dava speranza di trovarne. Dappertutto la stessa aridità, le stesse erbacce legnose.
Mi parve di scorgere in lontananza una piccola sagoma nera, in piedi. La presi per il tronco d’un albero solitario. A ogni modo mi avvicinai.
Era un pastore.
Una trentina di pecore sdraiate sulla terra cocente si riposavano accanto a lui. Mi fece bere dalla sua borraccia e, poco più tardi, mi portò nel suo ovile, in una ondulazione del pianoro. Tirava su l’acqua, ottima, da un foro naturale, molto profondo, al di sopra del quale aveva installato un rudimentale verricello.

L’uomo parlava poco, com’e' nella natura dei solitari, ma lo si sentiva sicuro di sé e confidente in quella sicurezza. Era una presenza insolita in quella regione spogliata di tutto.
Non abitava in una capanna ma in una vera casa di pietra, ed era evidente come il suo lavoro personale avesse rappezzato la rovina che aveva trovato al suo arrivo. Il tetto era solido e stagno. Il vento che lo batteva faceva sulle tegole il rumore del mare sulla spiaggia.
La casa era in ordine, i piatti lavati, il pavimento di legno spazzato, il fucile ingrassato; la minestra bolliva sul fuoco.
Notai che l’uomo era rasato di fresco, che tutti i suoi bottoni erano solidamente cuciti, che i suoi vestiti erano rammendati con la cura minuziosa che rende i rammendi invisibili.
Divise con me la minestra e, quando gli offrii la borsa del tabacco, mi rispose che non fumava.
Il suo cane, silenzioso come lui, era affettuoso senza bassezza.

Era rimasto subito inteso che avrei passato la notte da lui; il villaggio più vicino era a più di un giorno e mezzo di cammino. E, oltretutto, conoscevo perfettamente il carattere dei rari villaggi di quella regione. Ce ne sono quattro o cinque sparsi lontani gli uni dagli altri sulle pendici di quelle cime, nei boschi di querce al fondo estremo delle strade carrozzabili.
Sono abitati da boscaioli che producono carbone di legno. Sono posti dove si vive male. Le famiglie, serrate l’una contro l’altra in quel clima di una rudezza eccessiva, d’estate come d’inverno, esasperano il proprio egoismo sotto vuoto. L’ambizione irragionevole si sviluppa senza misura, nel desiderio di sfuggire a quei luoghi.Gli uomini portano il carbone in città con i camion, poi tornano.
Le più solide qualità scricchiolano sotto questa perpetua doccia scozzese.
Le donne covano rancori. C’è concorrenza su tutto, per la vendita del carbone come per il banco di chiesa, per le virtù che lottano tra di loro, per i vizi che lottano tra di loro e per il miscuglio dei vizi e delle virtù, senza posa.
Per sovrappiù, il vento altrettanto senza posa irrita i nervi. Ci sono epidemie di suicidi e numerosi casi di follia, quasi sempre assassina.

Il pastore che non fumava prese un sacco e rovesciò sul tavolo un mucchio di ghiande.
Si mise a esaminarle l’una dopo l’altra con grande attenzione, separando le buone dalle guaste. Io fumavo la pipa. Gli proposi di aiutarlo. Mi rispose che era affar suo.
In effetti, vista la cura che metteva in quel lavoro, non insistetti. Fu tutta la nostra conversazione. Quando ebbe messo dalla parte delle buone un mucchio abbastanza grosso di ghiande, le divise in mucchietti da dieci. Così facendo eliminò ancora i frutti piccoli o quelli leggermente screpolati, poiché li esaminava molto da vicino. Quando infine ebbe davanti a sé cento ghiande perfette, si fermò e andammo a dormire.

La società di quell’uomo dava pace.
Gli domandai l’indomani il permesso di riposarmi per l’intera giornata da lui. Lo trovò del tutto naturale o, più esattamente, mi diede l’impressione che nulla potesse disturbarlo. Quel riposo non mi era affatto necessario, ma ero intrigato e ne volevo sapere di più. Il pastore fece uscire il suo gregge e lo portò al pascolo. Prima di uscire, bagnò in un secchio d’acqua il sacco in cui aveva messo le ghiande meticolosamente scelte e contate.
Notai che in guisa di bastone portava un’asta di ferro della grossezza di un pollice e lunga un metro e mezzo. Feci mostra di voler fare una passeggiata di riposo e seguii una strada parallela alla sua. Il pascolo delle bestie era in un avvallamento. Lasciò il piccolo gregge in guardia al cane e salì verso di me. Temetti che venisse per rimproverarmi della mia indiscrezione ma niente affatto, quella era la strada che doveva fare e m’invitò ad accompagnarlo se non avevo di meglio. Andava a duecento metri da lì, più a monte.

Arrivato dove desiderava, cominciò a piantare la sua asta di ferro in terra. Faceva così un buco nel quale depositava una ghianda, dopo di che turava di nuovo il buco. Piantava querce. Gli domandai se quella terra gli apparteneva. Mi rispose di no. Sapeva di chi era? Non lo sapeva. Supponeva che fosse una terra comunale, o forse proprietà di gente che non se ne curava? Non gli interessava conoscerne i proprietari. Piantò così le cento ghiande con estrema cura.

Dopo il pranzo di mezzogiorno ricominciò a scegliere le ghiande. Misi, credo, sufficiente insistenza nelle mie domande, perché mi rispose.
Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila, ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila, contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori o di tutto quel che c’è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c’era nulla.


Fu a quel momento che mi interessai dell’età di quell’uomo. Aveva evidentemente più di cinquant’anni. Cinquantacinque, mi disse lui. Si chiamava Elzéard Bouffier. Aveva posseduto una fattoria in pianura. Aveva vissuto la sua vita. Aveva perso il figlio unico, poi la moglie. S’era ritirato nella solitudine dove trovava piacere a vivere lentamente, con le pecore e il cane. Aveva pensato che quel paese sarebbe morto per mancanza d’alberi. Aggiunse che, non avendo altre occupazioni più importanti, s’era risolto a rimediare a quello stato di cose.


Poiché conducevo anch’io in quel momento, malgrado la giovane età, una vita solitaria, sapevo toccare con delicatezza l’anima dei solitari. Tuttavia, commisi un errore. La mia giovane età, appunto, mi portava a immaginare l’avvenire in funzione di me stesso e di una qual certa ricerca di felicità. Dissi che nel giro di trent’anni quelle diecimila querce sarebbero state magnifiche. Mi rispose con gran semplicità che, se Dio gli avesse prestato la vita, nel giro di trent’anni ne avrebbe piantate tante altre che quelle diecimila sarebbero state come una goccia nel mare. Stava già studiando, d’altra parte, la riproduzione dei faggi e aveva accanto alla casa un vivaio generato dalle faggine. I soggetti, che aveva protetto dalle pecore con una barriera di rete metallica, erano di grande bellezza. Pensava inoltre alle betulle per i terreni dove, mi diceva, una certa umidità dormiva a qualche metro dalla superficie del suolo.


Ci separammo il giorno dopo.


L’anno seguente ci fu la guerra del ’14, che mi impegnò per cinque anni. Un soldato di fanteria non poteva pensare agli alberi. A dir la verità, la cosa non mi era nemmeno rimasta impressa; l’avevo considerata come un passatempo, una collezione di francobolli, e dimenticata.


Finita la guerra mi trovai con un’indennità di congedo minuscola ma con il grande desiderio di respirare un poco d’aria pura. Senza idee preconcette, quindi, tranne quella, ripresi la strada di quelle contrade deserte. Il paese era cambiato. Tuttavia, oltre il villaggio abbandonato, scorsi in lontananza una specie di nebbia grigia che ricopriva le cime come un tappeto. Dalla vigilia m’ero rimesso a pensare a quel pastore che piantava gli alberi. Diecimila querce, mi dicevo, occupano davvero un grande spazio. Avevo visto morire troppa gente in cinque anni per non immaginarmi facilmente anche la morte di Elzéard Bouffier, tanto più che, quando si ha vent’anni, si considerano le persone di cinquanta come dei vecchi a cui resta soltanto da morire. Non era morto. Gli erano rimaste solo quattro pecore ma, in cambio, possedeva un centinaio di alveari. Si era sbarazzato delle bestie che mettevano in pericolo i suoi alberi.
Perché, mi disse (e lo constatai), non s’era per nulla curato della guerra. Aveva continuato imperturbabilmente a piantare.
Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammutolito e, poiché lui non parlava, passammo l’intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta. Misurava, in tre tronconi, undici chilometri nella sua lunghezza massima. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione.
Aveva seguito la sua idea, e i faggi che mi arrivavano alle spalle, sparsi a perdita d’occhio, ne erano la prova. Le querce erano fitte e avevano passato l’età in cui potevano essere alla mercé dei roditori; quanto ai disegni della Provvidenza stessa per distruggere l’opera creata, avrebbe dovuto ormai ricorrere ai cicloni. Bouffier mi mostrò dei mirabili boschetti di betulle che datavano a cinque anni prima, cioè al 1915, l’epoca in cui io combattevo a Verdun. Le aveva piantate in tutti i terreni dove sospettava, a ragione, che ci fosse umidità quasi a fior di terra. Erano tenere come delle adolescenti e molto decise. Il processo aveva l’aria, d’altra parte, di funzionare a catena. Lui non se ne curava; perseguiva ostinatamente il proprio compito, molto semplice. Ma, ridiscendendo al villaggio, vidi scorrere dell’acqua in ruscelli che, a memoria d’uomo, erano sempre stati secchi. Era la più straordinaria forma di reazione che abbia mai avuto modo di vedere. Quei ruscelli avevano già portato dell’acqua, in tempi molto antichi. Alcuni dei tristi villaggi di cui ho parlato all’inizio del mio racconto sorgevano su siti di antichi villaggi gallo-romani di cui restavano ancora vestigia nelle quali gli archeologi avevano scavato trovando ami in posti dove nel ventesimo secolo si doveva far ricorso alle cisterne per avere un po’ d’acqua.
Anche il vento disperdeva certi semi. Con l’acqua erano riapparsi anche i salici, i giunchi, i prati, i giardini i fiori e una certa ragione di vivere.Ma la trasformazione avveniva così lentamente che entrava nell’abitudine senza provocare stupore. I cacciatori che salivano in quelle solitudini seguendo le lepri o i cinghiali s’erano accorti del rigoglio di alberelli, ma l’avevano messo in conto alle malizie naturali della terra. Perciò nessuno disturbava l’opera di quell’uomo. Se l’avessero sospettato, l’avrebbero ostacolato. Era insospettabile. Chi avrebbe potuto immaginare, nei villaggi e nelle amministrazioni, una tale ostinazione nella più magnifica generosità? 


A partire dal 1920 non ho mai passato più d’un anno senza andare trovare Elzéard Bouffier. Non l’ho mai visto cedere né dubitare. Eppure, Dio solo sa di averlo messo alla prova! Non ho fatto il conto delle sue delusioni. E’ facile immaginarsi tuttavia che, per una simile riuscita, sia stato necessario vincere le avversità; che, per assicurare la vittoria di tanta passione, sia stato necessario lottare contro lo sconforto. 
Bouffier aveva piantato, un anno, più di diecimila aceri. Morirono tutti. L’anno dopo abbandonò gli aceri per riprendere i faggi che riuscirono ancora meglio delle querce.

Per farsi un’idea più precisa di quell’eccezionale carattere, non bisogna dimenticare che operava in una solitudine totale; al punto che, verso la fine della vita, aveva perso del tutto l’abitudine a parlare. O, forse, non ne vedeva la necessità.


Nel 1933 ricevette la visita di una guardia forestale sbalordita. Il funzionario gli intimò l’ordine di non accendere fuochi all’aperto, per non mettere in pericolo la crescita di quella foresta naturale. Era la prima volta, gli spiegò quell’uomo ingenuo, che si vedeva una foresta spuntare da sola.
A quell’epoca Bouffier andava a piantare faggi a dodici chilometri da casa. Per evitare il viaggio di andata e ritorno, poiché aveva ormai settantacinque anni, stava considerando la possibilità di costruirsi una casupola di pietra sul luogo stesso dove piantava. Ciò che fece l’anno seguente.

Nel 1935 una vera e propria delegazione governativa venne a esaminare la foresta naturale. C’erano un pezzo grosso delle Acque e Foreste, un deputato, dei tecnici. Fu deciso di fare qualcosa e, fortunatamente , non si fece nulla, tranne l’unica cosa utile: mettere la foresta sotto la tutela dello Stato e proibire che si venisse a farne carbone. Perché era impossibile non restare soggiogati dalla bellezza di quei giovani alberi in piena salute. Esercitò il proprio potere di seduzione persino sul deputato.
Un capitano forestale mio amico faceva parte della delegazione. Gli spiegai il mistero. Un giorno della settimana seguente andammo insieme a cercare Elzéard Bouffier. Lo trovammo in pieno lavoro, a venti chilometri da dove aveva avuto luogo l’ispezione.
Quel capitano forestale non era mio amico per nulla. Conosceva il valore delle cose. Seppe restare in silenzio. Offrii le uova che avevo portato in regalo. Dividemmo il nostro spuntino in tre e restammo qualche ora nella muta contemplazione del paesaggio.

La costa che avevamo percorso era coperta d’alberi che andavano da sei a otto metri di altezza. Mi ricordavo l’aspetto di quelle terre nel 1913, il deserto… Il lavoro calmo e regolare, l’aria viva d’altura, la frugalità e soprattutto la serenità dell’anima avevano conferito a quel vecchio una salute quasi solenne. Era un atleta di Dio. Mi domandavo quanti altri ettari avrebbe coperto di alberi.

Prima di partire il mio amico azzardò soltanto qualche suggerimento a proposito di certe essenze alle quali il terreno sembrava adattarsi. Non insistette. “Per la semplice ragione”, mi spiegò poi, “che quel signore ne sa più di me”. Dopo un’ora di cammino, dopo che l’idea aveva progredito in lui, aggiunse: “Ne sa più di tutti. Ha trovato un bel modo di essere felice!”.

E’ grazie a quel capitano che, non solo la foresta, ma anche la felicità di quell’uomo, furono protette. Fece nominare tre guardie forestali per quella protezione e le terrorizzò a tal punto che rimasero insensibili alle mazzette offerte dai boscaioli.

L’opera corse un grave rischio solo durante la guerra del 1939. Perché le automobili andavano allora col gasogeno, non c’era mai abbastanza legna. Cominciarono a tagliare le querce del 1910, ma l’area era talmente lontana da tutte le reti stradali che l’impresa si rivelò fallimentare dal punto di vista finanziario. Fu abbandonata. Il pastore non aveva visto nulla. Era a trenta chilometri di distanza, e continuava pacificamente il proprio lavoro, ignorando la guerra del ’39 come aveva ignorato quella del ’14.

Ho visto Elzéard Bouffier per l’ultima volta nel giugno del 1945.
Aveva ottantasette anni. Avevo ripreso la strada del deserto ma adesso, nonostante la rovina in cui la guerra aveva lasciato il paese, c’era una corriera che faceva servizio tra la valle della Durance e la montagna. Misi sul conto di quel mezzo di trasporto relativamente rapido il fatto che non riconoscessi più i luoghi delle mie prime passeggiate. Mi parve anche che l’itinerario mi facesse passare in posti nuovi. Ebbi bisogno del nome di un villaggio per concludere che invece mi trovavo proprio in quella zona un tempo in rovina e desolata.
La corriera mi portò a Vergons.
Nel 1913 quella frazione di una dozzina di case contava tre abitanti. Erano dei selvaggi, si odiavano, vivevano di caccia con le trappole; più o meno erano nello stato fisico e morale degli uomini preistorici. Le ortiche divoravano attorno a loro le case abbandonate.La loro condizione era senza speranza. Non avevano altro da fare che attendere la morte: situazione che non dispone alla virtù.


Ora tutto era cambiato


L’aria stessa. Invece delle bufere secche e brutali che mi avevano accolto un tempo, soffiava una brezza docile carica di odori. Un rumore simile a quello dell’acqua veniva dalla cima delle montagne: era il vento nella foresta. Infine, cosa più sorprendente, udii il vero rumore dell’acqua scrosciante in una vasca. Vidi che avevano costruito una fontana; l’acqua vi era abbondante e, ciò che soprattutto mi commosse, vidi che vicino ad essa avevano piantato un tiglio di forse quattro anni, già rigoglioso, simbolo incontestabile di una resurrezione.


In generale Vergons portava i segni di un lavoro per la cui impresa era necessaria la speranza. La speranza era dunque tornata. Avevano sgomberato le rovine, abbattuto i muri crollati e ricostruito cinque case. La frazione contava ormai diciotto abitanti, tra cui quattro giovani famiglie. Le case nuove, intonacate di fresco, erano circondate da orti in cui crescevano, mescolati ma allineati, verdure e fiori, cavoli e rose, porri e bocche di leone, sedani e anemoni. Era ormai un posto dove si aveva voglia di abitare.

Da lì proseguii a piedi.
La guerra da cui eravamo appena usciti non aveva consentito il rifiorire completo della vita, ma Lazzaro era ormai uscito dalla tomba. Sulle pendici più basse della montagna, vedevo i campicelli di orzo e segale in erba; in fondo alle strette vallate, qualche prateria verdeggiava.
Sono bastati gli otto anni che ci separano da quell’epoca perché tutta la zona risplenda di salute e felicità. Dove nel 1913 avevo visto solo rovine sorgono ora fattorie pulite, ben intonacate, che denotano una vita lieta e comoda. Le vecchie fonti, alimentate dalle piogge e le nevi che la foresta ritiene, hanno ripreso a scorrere. Le acque sono state canalizzate. A lato di ogni fattoria, in mezzo a boschetti di aceri, le vasche delle fontane lasciano debordare l’acqua su tappeti di menta. I villaggi si sono ricostruiti a poco a poco. Una popolazione venuta dalle pianure, dove la terra costa cara, si è stabilita qui, portando gioventù, movimento, spirito d’avventura. S’incontrano per le strade uomini e donne ben nutriti, ragazzi e ragazze che sanno ridere e hanno ripreso il gusto per le feste campestri.
Se si conta la vecchia popolazione, irriconoscibile da quando vive nell’armonia, e i nuovi venuti, più di diecimila persone devono la loro felicità a Elzéard Bouffier.

Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole. Ma, se metto in conto quanto c’è voluto i costanza nella grandezza d’animo e d’accanimento nella generosità per ottenere questo risultato, l’anima mi si riempie d’un enorme rispetto per quel vecchio contadino senza cultura che ha saputo portare a buon fine un’opera degna di Dio.

Elzéard Bouffier è morto serenamente nel 1947, all’ospizio di Banon.