martedì 26 novembre 2013

Il manifesto di Terra di Nettuno

Terra di Nettuno è nata nella primavera del 2011. I primi anni ci sono serviti a sedimentare un'esperienza pratica ma anche ideale: siamo convint* che l'azione trovi senso nei principi che la muovono, perché è da essi che dipende come si fanno le cose.
Nel raduno del maggio 2013 e in alcune discussioni on line con altri attivisti abbiamo appreso che, com'è naturale, esistono opinioni diverse su cosa sia il guerrilla gardening e su come debba essere praticato: questo manifesto ha lo scopo di esplicitare quali sono i principi che ispirano le azioni del nostro collettivo.


- Per TdN fare guerrilla gardening è fare politica. Riteniamo che il verde pubblico sia un diritto, non un accessorio decorativo. I parchi e le aree verdi residuali tra gli edifici sono gli unici spazi pubblici non dominati dalle logiche commerciali: per sostare non si deve consumare e per entrare non si paga alcun biglietto. La gestione urbanistica delle città italiane, dopo anni di sfruttamento millimetrico dello spazio da parte delle amministrazioni comunali, consegna alla popolazione degli agglomerati di cemento e asfalto al limite dell'inabitabilità. Con le nostre azioni protestiamo contro la cementificazione delle aree urbane, per presidiare i pochi ritagli di verde ancora presenti e combattere l'ottusa corsa all'edificazione.
- Tdn è una rete aperta. Non serve avere una tessera per essere un nettuniano, non siamo una associazione. Prendiamo le decisioni in assemblea, che viene convocata periodicamente e alla quale partecipano tutt*, senza distinzioni gerarchiche né ruoli prestabiliti. Alle decisioni si perviene con il metodo del consenso: ogni decisione è il punto finale in un processo di avvicinamento di posizioni distinte. La nostra rete è aperta rispetto alle altre realtà del territorio che perseguono obiettivi affini ai nostri (citiamo in ordine sparso: TPO, XM24, Il b.u.c.o., il Cassero, Gramigna, Urban ResistDance, ….).
- TdN rifiuta ogni tipo di sponsorizzazione e non partecipa ad iniziative sostenute - con denaro o con patrocinio non oneroso - da sponsor, siano essi pubblici o privati. Accogliamo con piacere donazioni di piante e materiale, a patto che il donatore accetti di restare anonimo. Ciò significa che non facciamo ringraziamenti pubblici, né tramite cartelli nelle aree d'azione, né sui social network o sul blog. Proteggiamo così la nostra indipendenza e la natura non commerciale delle aree dove agiamo. Inoltre, e non secondariamente, non abbiamo intenzione di incentivare il consumismo.
- TdN pratica l'autoproduzione e il recupero. Le piante che mettiamo a dimora sono per la maggior parte recuperate dagli scarti della distribuzione commerciale, altrimenti destinate allo smaltimento. Per la costruzione di panchine e altri oggetti di arredo urbano che posizioniamo nelle aree d'azione impieghiamo materiale di recupero. Anche questo aspetto si lega al rifiuto dell'abitudine al consumo per il consumo: per noi è più salutare, utile e anche più divertente rimboccarsi le maniche e fare da sé. Con poco si può fare molto, per il resto, per acquistare alcuni tipi di piante, attrezzi e terra, TdN fa autofinanziamento tramite offerta libera.
- TdN impiega preferibilmente piante rustiche. Vogliamo dare un segnale affinché si diffonda un nuovo modo di fare giardinaggio pubblico e privato, che tenga conto non solo della resa estetica ma anche delle condizioni climatiche che stanno velocemente inasprendosi. Estati e autunni con poche e concentrate precipitazioni costringono infatti a copiose annaffiature delle aree verdi non progettate adeguatamente (ad esempio, aiuole e rotonde con prati all'inglese); allo stesso modo, inverni molto rigidi riducono la gamma delle piante adatte alla città. Per questo nella scelta delle piante prediligiamo essenze che siano resistenti tanto alla siccità quanto al gelo invernale.
- TdN rispetta le piante spontanee: non hanno meno diritto di cittadinanza nelle aree verdi rispetto a quelle che ci vogliamo mettere noi. Le famigerate “erbacce”, il muschio e altre piante sono spesso l'unica tenace forma di natura presente in città. Le piante spontanee garantiscono una elevata biodiversità, sono rifugio di insetti utili, preparano il terreno a ecosistemi più complessi. Un terreno senza piante spontanee è un terreno morto.
- TdN rispetta la terra: miriamo alla rieducazione ai cicli naturali, alla stagionalità e all'attesa.
- TdN chiama a raccolta le/gli abitanti dei quartieri. Non vogliamo mostrare la nostra bravura, ma coinvolgere quante più persone possibili nella nostra azione. Per questo i nostri interventi si svolgono di giorno, in un'atmosfera festosa. Cerchiamo di costruire una nuova cultura dell'abitare in città, che non deve necessariamente essere una sopravvivenza nella “giungla d'asfalto”. Il futuro che immaginiamo è fatto di magnifiche città-giardino: pulite, lussureggianti e ospitali. Immaginiamo troppo? E' per questo che dobbiamo essere in tant*. E comunque, sta già succedendo.

giovedì 6 giugno 2013

Occupy Gezi Park. Tutto comincia da un albero.



La foto qui sopra (Istanbul, 31 maggio 2013, Scott Peterson/Getty Images) raffigura alcuni attivisti posare un vaso con un albero in mezzo ad una delle strade che sono state teatro degli scontri degli ultimi giorni tra manifestanti e polizia. Il movimento di protesta che sta montando in Turchia ha molte anime e possiede una genesi che eccede rivendicazioni di ordine ambientalista: il paese attendeva evidentemente un innesco per un dissenso che già vibrava. Ma è un caso che tale innesco sia stato un'azione di difesa di un parco urbano?
Vediamo brevemente cosa è successo il primo giorno. Lunedì 29 maggio tra le 50 e le 100 persone organizzano una protesta pacifica in difesa di Gezi Park, un piccolo parco urbano, tra le poche aree verdi rimaste ad Istanbul. Il parco è attualmente la casa di più di 600 Aceri montani (Acer pseudoplatanus), anche detti sicomori. Secondo i piani dei costruttori e del governo Erdogan, al posto del parco dovrebbe essere innalzata una serie di edifici ad uso commerciale e una moschea. Fin da subito la reazione delle forze dell'ordine si manifesta come ingiustificatamente repressiva. Cionostante lo sgombero non riesce e la sera del 29 gli attivisti, il cui numero è ormai salito a diverse centinaia, decidono di accamparsi con delle tende nel parco, per presidiarlo contro la demolizione, che in una nota ufficiale Erdogan conferma essere inevitabile e imminente. Alle cinque del mattino la polizia torna alla carica, utilizzando lacrimogeni e dando fuoco ad alcune tende nell'accampamento.
I violenti tentativi di sgombero di questi primi manifestanti danno il via ad una reazione a catena: in poche ore i dimostranti passano dalle centinaia alle decine di migliaia. Più la repressione si fa dura, più gente scende per le strade. Più le fila della protesta si ingrossano, più la polizia abusa della sua autorità. Questo fino ad oggi, quando si contano ormai tre manifestanti uccisi ed un poliziotto morto a causa di una caduta per quanto noto accidentale.
A questo punto, nell'interpretazione offerta dai media, la difesa di Gezi Park sembra ormai essere passata in secondo piano rispetto ad altre motivazioni della protesta: la deriva autoritaria del governo, la violenza senza controllo della polizia, le progressive limitazioni alla libertà di stampa.
Eppure ci sembra sbagliato liquidare la motivazione scatenante del più grande movimento di protesta che la Turchia abbia visto negli ultimi trent'anni come puramente simbolica. La protezione di centinaia di alberi non ha nulla simbolico: evidentemente quello spazio è sentito come un diritto incoercibile da parte degli abitanti di Istanbul e così dovrebbe continuare ad essere letto.
I parchi sono spazi di socialità liberi da interessi economici, ed il legame tra questa loro caratteristica ed il loro essere “verde pubblico” non è affatto casuale. Il verde è, a ben vedere, costitutivamente pubblico. Anche quando gli alberi crescono in giardini privati, formano un panorama cittadino che è collettivamente apprezzabile, riducono le temperature estive in città, ripuliscono un'aria che tutti respirano. Se poi crescono in un parco, gli alberi e le piante creano un micro-ambiente autonomo rispetto alla città ove si inserisce, un ambiente nel quale le regole del quotidiano si allentano, i ritmi decelerano, i ruoli sociali possono essere messi tra parentesi. Le aree verdi sono forse gli unici spazi urbani in cui alla persona viene riconosciuta un'identità che eccede il suo essere un consumatore. Siamo consumatori mentre guidiamo la nostra automobile per le strade, con il perpetuo accompagnamento di cartelloni pubblicitari, siamo consumatori mentre camminiamo lungo i marciapiedi e scorriamo con lo sguardo la sequenza di vetrine.
Ecco perché i parchi sono luoghi fragili: non presidiati da un particolare interesse economico, possono diventare appetibili per molti (il progetto di costruzione di uno shopping mall al posto di Gezi Park è in questo senso emblematico).
Ecco perché i parchi sono luoghi pericolosi: consentono a chi vi accede di pensarsi diverso dalla sommatoria dei prodotti che consuma, di socializzare ed unirsi, persino di ribellarsi.

La protesta dei cittadini turchi ha avuto inizio con il presidio di un parco pubblico non perché fosse un atto simbolico, ma perché stavano difendendo un ambiente che può accogliere una socialità indipendente da imposizioni istituzionali o da interessi commerciali. La salvaguardia del verde pubblico non è liquidabile come una questione “da ambientalisti”: ciò che si difende attraverso gli alberi è il diritto ad essere persone al di là dei ruoli sociali che ci vengono assegnati.